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10 abril 2013

DANILO GALLO- Intervista (versione italiana)


Danilo Gallo







 photo by Kathya West

E la fattoria italiana…


La fondazione dell’etichetta El Gallo Rojo, collettivo di musicisti fondato a Ferrara, è stato uno degli eventi più stimolanti del panorama creativo europeo degli ultimi anni. Questa scuderia dal nome ispanico ha iniziato con uno storico come Franco D’Andrea, e la sua demarcazione estetica gira sempre a 361°, come afferma Danilo Gallo, il contrabassista ed una delle menti del collettivo, che si definisce “onnivoro musicale”. 

Poche sorprese riserva il panorama attuale così grate come quelle che contiene il catalogo de El Gallo Rojo. 57 uscite che assicurano immaginazione e freschezza, oltre che qualità e attenzione al design. Incontrarsi con una qualunque di queste invita ad andare oltre. Queste proposte riflettono un prisma sonoro pieno di nuove idee la cui sofisticazione e freschezza, tra l’illustrato ed il grottesco, ruotano intorno all’eredità di Frank Zappa e John Zorn, la scena underground new yorkese degli anno ’90, il folk (dal klezmer alle ballate di mariachi o l’autoctona), l’elettrificazione rumorista del rock, la musica da camera e quella del cinema, l’improvvisazione libera… Tutto questo dosato in ogni progetto con ampia originalità e capacità di deliziare. Così, un disco dopo l’altro, un nome memorizzato e l’altro da scoprire, si addentra l’ascoltatore nel suo universo…come in una fattoria.



L’uovo o la gallina…cosa c’era prima dell’etichetta o del collettivo?

Prima del marchio e del collettivo c’era un gruppo di amici/musicisti che condividevano idee musicali, attitudine, progettualita’, e c’era la voglia da parte di tutti di mettersi in proprio, di essere indipendenti e costruire una realta’ culturale che autonomamente al di fuori delle regole di sistema portasse avanti le proprie idee per farsi largo senza nessun tipo di compromessi.


E com’è stato riunire la truppa?

Per questo parlandone insieme abbiamo deciso di costituire un’associazione culturale e quindi anche un’etichetta. E’ nata cosi’ El Gallo Rojo Records che da quel momento e’ diventata per noi tutti un simbolo, oltre che una “famiglia”, un “conjunto” dentro cui ci ritroviamo pienamente, artisticamente e umanamente, e di cui siamo orgoglioso. L’idioma “spagnolo” usato per definire il collettivo nasce perche’ nel momento dell’ideazione, io e il mio amico fraterno Zeno de Rossi (GALLO, de ROSSI… di qui probabilmente l’ispirazione del nome…) ci trovavamo in un viaggio musical-lisergico tra il Messico e il Peru’, quasi un mese, nel 2004, passato tra quei colori e suoni. Io e Zeno volevamo fondare un'etichetta che fosse indipendente ed originale sia nella forma musicale che in quella comunicativa. Tornati in Italia ne abbiamo parlato con l'amico Massimiliano Sorrentini ed altri amici compari musicisti: nacque cosi’ prima l'associazione culturale e poi il collettivo musicale che a distanza di quasi sette anni annovera quindici membri, tutti musicisti tranne uno.
L'etichetta e' diventata a quel punto solo una delle manifestazioni del collettivo, la cui priorita' e' quella di sviluppare progetti musicali, confrontarsi, in quanto siamo musicisti e non discografici, quindi non facciamo marketing, ne’ lucriamo, ma semplicemente l'etichetta e' un mezzo, un veicolo per tirar fuori le nostre idee, in maniera, ripeto, autonoma, senza dover fare compromessi con nessun tipo di logica commerciale e d'impresa.
Senza dover chiedere il permesso a nessuno. Un nostro motto, tanto per rimanere nell’idioma che tanto ci piace” “No tenemos que pedir permiso para ser libres”. Da allora siamo sempre quotidianamente a confronto via mail, o attraverso delle cene "sociali", gite e scampagnate, oltre che attraverso i nostri tanti incontri incrociati durante i concerti, e la cosa più bella è che siamo amici e ci divertiamo a correre insieme quest'avventura con grandissimo entusiasmo.
Vorrei sottolineare perche’ doveroso e perche’ spesso e’ stata fraintesa la natura, che questa etichetta è un soggetto collettivo che si autotassa e si autogestisce, non è l'etichetta mia e di Zeno purtroppo erroneamente spesso definita - , ma e' il "conjunto", come dicevo,  di Massimiliano Sorrentini, Enrico Terragnoli, Francesco Bigoni, Alfonso Santimone, Nelide Bandello, Stefano Senni, Beppe Scardino, Dimitri Sillato, Piero Bittolo Bon, Achille Succi, Simone Massaron, Martino Fedrigoli, Giulio Corini, oltre a me e Zeno de Rossi, quindici sognatori dislocati un po’ ovunque in nord Italia.

Però anche un’associazione ha un regime giuridico e deve dar conto della sua attività economica… voglio dire, in tutta l’organizzazione ci deve essere una pianificazione, una suddivisione dei compiti e delle funzioni…

Cerchiamo di darci dei ruoli e compiti precisi nei vari aspetti dell'organizzazione e della gestione anche se siamo dei musicisti e non siamo molto esperti di altro. Comunque ognuno può intervenire su ogni questione e i ruoli prefissati possono poi essere variabili e interscambiabili. Tutte le decisioni da prendere, anche discografiche, le mettiamo ai voti in cui prevale la maggioranza. Aggiungo ancora che l'impatto comunicativo e' per noi fondamentale e parte integrante della musica espressa nei dischi, quindi l’aspetto grafico, il disegno, l’immagine, assumono un valore imprescindibile, alla stregua della musica. Sin dall'inizio volevamo una linea forte, che potesse essere identificata subito. L'ideatore è stato Massimiliano Sorrentini, è lui il "concetto grafico" ma ora intervengono in molti fantastici disegnatori ed illustratori che traggono ispirazione per la loro arte grafica dalla musica del disco, e sposano la nostra filosofia.
Qui in Spagna si ha memoria di ciò che significa l’aggettivo “rosso”…


Per quanto riguarda la connotazione politica… non ci piace essere messi sotto una bandiera o un tetto… e’ stato un caso scoprire la canzone della guerra civile spagnola “Los Dos Gallos”, anche se qualcuno la chiama “Gallo Rojo, Gallo Negro”, simboli “colorati” delle due fazioni politiche della guerra. Ovviamente si parteggia per il gallo rosso, che non si arrende se non da morto. In realta’ sono venuto a conoscenza di questa canzone solo dopo aver fondato insieme agli “hermanos del conjunto” il collettivo El Gallo Rojo, e ho trovato questo “riferimento casuale’” sorprendente e lo considero quasi come un segnale.
Il mio cognome e’ Gallo, Sanchez e’ semplicemente un nomignolo che mio padre mi ha dato da piccolino, e me lo porto ancora.

Da poco è uscita la pubblicazione n° 50 di EGR...
Il n.50 e’ un numero speciale del catalogo (che in realta’ e’ arrivato gia’ al 57), lo abbiamo tenuto vacante per autofesteggiarci, ed e’ cosi’ che abbiamo registrato tutti insieme in studio un “progetto musicale” ad hoc, cioe’ ognuno di noi ha scritto appositamente un brano da far suonare ad una band estemporanea i cui membri sono pescati all’interno del conjunto. Per cui il risultato sara’ un cd doppio con formazioni variabili dal solo al 15et. Uscira’, si spera entro il 2012.
Potrebbe raccontarci qualcosa sul produttore in ciascun disco di El Gallo Rojo nel senso musicale o estetico, nell’esecutivo suole vedersi come “El Colectivo El Gallo Rojo”…
Il collettivo e’ musicalmente onnivoro, questo ci accomuna, seppure nelle nostre differenze, ognuno col suo stile ha pero’ un’attitudine ed un approccio simile, e qualunque cosa si suoni, seppur diversa, puo’ essere ricondotta ad una matrice comune che risiede appunto nell’attitudine, di voler fare quello che si vuole senza dover dar conto a nessuno, senza voler e dover essere etichettati in uno stile o genere musicale. Trasversalita’, questa e’ la nostra parola d’ordine. Tradizione in movimento. E la tradizione non e’ solo quella del jazz. Del resto siamo musicisti molto aperti, non ci precludiamo nulla, e “suoniamo jazz, senza la preoccupazione di dover suonare jazz”, per usare un’espressione dell’amico Enrico Terragnoli.
(Penso che almeno devono rendere conto al loro collettivo. Danilo continua a snocciolare idee sulla libertà, e arriva a quella dello stile)

Facciamo quello che facciamo, e soprattutto quello che vogliamo, e non ci preoccupiamo di farlo! E se e' provocatorio (userei l'aggettivo "provocante") a me sta bene, ma non mi preoccupa il fatto di dover provocare a tutti i costi. Ma sicuramente un obiettivo e’quello di "scuotere" le coscienze e far pensare, pensieri belli o brutti che siano. Il jazz ha ancora la capacita’ e la possibilita’ di confondere le acque, di mettere in discussione, di protestare, di sovvertire, di far valere le proprie idee, di porre dei dubbi e di seminare un po' di "panico costruttivo" nel sistema imbalsamato, di incuriosire, di far pensare insomma.
Com’è riuscito ad offrire un prodotto così vario, moderno e differente da tutta la produzione europea, e soprattutto italiana, che conoscevamo? E’ per caso dovuto al fatto che suona europea e newyorchese?
Sicuramente il “downtown newyorchese” e’ stato ed e’ un riferimento, quindi anche Zorn e Douglas, ma non solo New York. Diciamo che noi italiani ed anche europei abbiamo qualcosa di particolare e se ci organizzaimo e ci lasciano “produrre” le nostre idee la cosa viene fuori. Ma in Italia, soprattutto, dove c’e’ conformismo ed interesse a mantenere lo status quo, senza curiosita’ da parte delle istituzioni, non e’ facile. E, appunto, il fatto di essere uniti e di avere un collettivo, e’ un’arma in piu’ per farsi largo. In Italia ci sono tantissimi, dico tantissimi, musicisti fantastici, freschi, nuovi, curiosi, molti dei quali sono solo delle meteore e sconosciuti al palinsesto nazionale, che mi piacerebbe potessero calcare piu' spesso i palcoscenici dei festival.

Ci sono poi tanti collettivi che si organizzano e cercano di offrire alternative e comunque di sopravvivere nel panorama stantio (quello di facciata) del jazz nazionale. C’e’ pero’ pochissima curiosita’ da parte degli addetti ai lavori, e neanche volonta’ di correre rischio culturale. Il risultato e’ che i cartelloni sono l’uno “il copia/incolla” dell’altro.  Questo, semplicemente, non e’ giusto, ma altrettanto semplicemente, purtroppo, e’ lo specchio della realta’ socio-politico-culturale che stiamo attraversando.


Il jazz oggi, nel XXI° secolo, è una provocazione?

Il jazz, nel corso della sua storia, ci ha pero’ insegnato che i momenti migliori ed innovativi (nonche’ la linfa vitale dell’evoluzione di questa musica) si sono avuti quando ci sono stati episodi di “rottura” con lo status quo.

Internazionalmente... difficile dare un giudizio, ma direi che negli ultimi anni ci sono state tante cose interessantissime, parlo ad esempio del "downtown" newyorkese, in quel filone c'e' a mio avviso il "nuovo jazz" (ahia, che espressione!), oppure un certo filone chicagoano... ma direi che anche in Europa ci sono esempi di musiche e musicisti interessanti, c'e' un super filone tedesco, ad esempio, tanto per citarne uno che mi capita di frequentare.

E’ vivo il jazz?

Il Jazz non e’ morto, tutt’altro. Ed e’ consuetudine quella di organizzarsi, un po’ ovunue sottoforma di collettivi ed etichette discografiche indipendenti.

In autunno dell’anno scorso è stato a New York, con che musicisti ha condiviso esperienze e cosa si è portato da lì?
Sono stato recentemente due volte a New York, dove ho molti amici musicisti con cui collaboro e da cui imparo molto e traggo ispirazione. Ho avuto il piacere di suonare con Jim Black, Chris Speed, Dan Weiss, Ray Anderson in occasione del decimo anniversario dell’etichetta indipendente italiana Auand Records, insieme a tanti altri colleghi italiani. Ho poi registrato un disco col gruppo Midnight Lilacs con Zeno De Rossi, Chris Speed e Marc Ribot, che uscira’ ad inizio 2013. A New York c’e’ poi la possibilita’ quotidiana di fare jam sessions e quindi di crescere insieme.


Quali musicisti furono fondamentali agli inizi di EGR ?
Tutti siamo importanti in egual misura. Si tratta di musicisti tutti con una forte personalita’, come dicevo prima ce ne sono tantissimi in Italia, e ci provano, a fatica,come dicevo,  a portare le loro idee.
Pensa che le caratteristiche di un marchio come EGR sono uniche in Italia? Per molti il suono o lo stile dei suoi progetti vanno più in là del fatto identitario italiano, cioè dell’etichetta “jazz italiano”.
Il “jazz italiano” non esiste. Esistono musicisti italiani che usano il linguaggio jazzistico per sviluppare la loro musica che sicuramente e’ italiana, quando non scimmiotta o voglia copiare il sound americano.
EGR è aperto a gruppi di altri paesi? Sto pensando a Gerhard Gschloessl, musicista molto attivo in EGR.
Assolutamente si. Ci sono musicisti da tutto il mondo molto attivi e amici del conjunto. Gerhard e’ uno di questi. Ma penso anche a musicisti come Chris Speed, Cuong Vu, Gary Lucas, Greg Cohen, Marc Ribot, e tantissimi altri d’oltre oceano, molti del downtown newyorchese appunto.
In questo senso, uno dei maggiori risultati di EGR è sviluppare un discorso basato su differenti menti, stili…
Lo dicevo prima: trasversalita’ a 361 gradi.
Che accoglienza ha avuto EGR in Europa, ed in quale paese è stato maggiormente recepito?
In Germania piu’ di tutti, dove abbiamo un’attiva collaborazione col Jazz Kollektiv Berlin. In Francia poi, per iniziativa della Yolk, etichetta di Nantes, e’ nato un progetto di creare un network di collettivi ed etichette da tutta Europa, ed EGR ne fa parte rappresentando l’Italia.
Raccontami, all’esterno dell’Italia, che accoglienza ha avuto EGR in Europa e che progetti del collettivo hanno potuto presentarsi dal vivo in altri paesi



Purtroppo capita raramente di poter suonare all’estero con i nostri gruppi, come dicevo in Germania e’ successo qualche volta.
Che musica ascoltava quando era bambino?
I miei ascoltavano un po' di tutto, dalla classica (mia mamma era stata anche ballerina da ragazzina) alla musica leggera italiana degli anni '60-70, insomma quella della loro gioventu'. Ricordo poi dischi di Paul Anka, Perez Prado, il grande Harry Belafonte. I miei non mi hanno mai "indirizzato" verso alcun genere di musica, ma sempre lasciato libero poi di curiosare e ascoltare un po' di tutto. Il Jazz non era frequente a casa pero', qualche volta saltava fuori Frank Sinatra o Bing Crosby....

Mi ritengo "onnivoro" nell'ascolto e nei miei gusti musicali. Il mio background e' quindi a 360 gradi. Da sempre ascolto un po' di tutto, negli anni della tarda adolescenza ho divorato il rock inglese di fine anni sessanta-primi settanta, questi ascolti mi hanno profondamente (s)colpito. Contemporaneamente studiavo chitarra classica e mi interessavo a quell'ambito, ma ero anche attento a quello che accadeva nel pop, nell'elettronica, nel punk, nella new wave... Ho suonato un po’ ovunque, dalle feste nelle balere, alle rassegne alternative nei centri sociali della mia regione. Al jazz sono arrivato relativamente tardi, un po' prima dei vent'anni con una cassetta del Joe Pass trio che mi avevano prestato.


Quando ha deciso di fare il musicista?
Quella musica mi fulmino' letteralmente, il suono acustico fu per me una scoperta sensazionale, gli stessi amici che mi diedero quel nastro mi stimolarono a proseguire l'approfondimento. Comprai quasi per caso un contrabbasso utilizzando dei soldi che dovevano essere destinati all’acquisto di una piccola macchina usata... Da lì ho intrapreso lo studio di questo strumento e l'interesse per questa musica s'è consolidato. Ho seguito una quindicina di lezioni in una scuola privata di Bari ma poi ho continuato da solo. Fondamentalmente sono un autodidatta. Ho "studiato" ascoltando i dischi ed andando ai concerti. Non ho pero' mai ascoltato con ossessione i bassisti. Non sto ad ascoltare le linee di basso o trascrivere gli assoli ma preferisco trarre spunto per lo più da altri strumenti. Penso che l'ascolto attento e curioso dei mondi sonori e timbrici di altri strumenti possa portare una linfa nuova, fresca ed "ingenua" anche nell'uso del proprio strumento.

Che posizione occupano il folclore, il rock ed il jazz nel suo bagaglio?
I miei bassisti preferiti sono Charlie Haden (jazz) e Lemmy (Motorhead) : detto tutto.
Come nascono e crescono i vari progetti con Gary Lucas?
Gary Lucas l’ho conosciuto musicalmente data la mia passione sfegatata per Captain Beefheart. L’ho poi conosciuto personalmente a Londra dopo un suo concerto. Gary è un musicista che non si può inquadrare in un genere specifico e, visto che amo sia il rock & roll che la sperimentazione, trovo che tutte queste componenti vivono in lui. Prima di entrare in studio l'ho invitato per qualche giorno da me e dopo un paio di giorni di prove abbiamo registrato il disco. Gary è un personaggio unico, una fonte di racconti e anneddoti pazzeschi, ed è stata un'esperienza straordinaria.
E com’è andata con Cuong Vu?


Con Cuong Vu, musicista unico al mondo, l’idea di invitarlo nel gruppo Mickey Finn e’ venuta a Zeno De Rossi, che lo conosceva, cercavamo un suono “lisergico” e lui era il musicista adatto. Inutile dire che e’ pazzesco!
Che sorprese ci riservano Danilo Gallo e EGR?
Continuo a scrivere musica, ovviamente, continuo a far dischi, e come sempre ho mille idee che mi frullano per la testa. Farei un gruppo al giorno. Ma il mio progetto prioritario di questo momento e’ quello di cercare di far suonare i gruppi di cui sono leader o co-leader e proporre in giro questa musica: su questo sto lavorando e su questo vorro’ lavorare per i prossimi mesi.  E spero di riuscirci.


Piu Gallo & The roosters                                                                                     Jesús Gonzalo
Traduzione: Giuseppe Lucchese





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